Sotto la luna piena di Marrakech

C’era la luna piena quella sera a Marrakech. La piazza Jemaa-el-Fna, come tutte le sere, era brulicante di persone. Dalla terrazza del Cafè du Glacier, di fronte ad un profumato Tè alla menta, era come se l’intero Marocco mi si mostrasse su un palcoscenico naturale. Tutto intorno, come in una quinta , i pittoreschi negozietti trasudavano di colori ed odori: piatti di ogni forma, cumuli di terrecotte, stoffe dalle mille tonalità, splendidi tappeti, e poi carni, frutta, dolci talmente invitanti da mettere in pericolo la rettitudine dell’igienista più convinto. L’ultima luce del giorno si infrangeva su minareti immobili per poi spegnersi nelle fumanti nebbie odorose di “kebab” e “kus-kus”. Sui banchetti, cumuli ordinati di arance si trasformavano in fiumi di dolcissimo succo. Ruvidi berberi dell’Atlante ed imberbi turisti si riunivano in drappelli curiosi, di fronte ad un ammaestratore di scimmiette, ai tintinnanti e coloratissimi venditori d’acqua, ad un viscido serpente ammaestrato, a donne dal viso coperto che con grande maestria trasformano le mani in geometrici tatuaggi. Il suono stridulo dei pifferi parlava ai freddi occhi di cobra impettiti, strappati dai loro deserti di sabbia e roccia per il piacere effimero di turisti distratti. Suoni di tamburi echeggiavano lontano, tra il brusìo indistinto di uomini ed animali, forse vi erano festeggiamenti in corso nel dedalo della Medina. La vecchia città è un labirinto di cubi e prismi, case pigiate le une contro le altre,chiuse al mondo esterno ma le cui terrazze formano strade pensili. Le strade si snodano tra muri continui, uniformi, dove nulla distingue la casa dei ricchi da quella dei poveri. Gli edifici sono stretti in un intrico di passaggi, arcate, sporgenze, vicoli ciechi e piazze che rendono la Medina un’unità organica al cui centro, la moschea, esprime la presenza viva dell’Islam nella vita quotidiana. Tra quei vicoli oscuri, intrico inestricabile di realtà, avevo conosciuto il Marocco, attraverso i suoni, i colori, gli odori delle sue viscere pulsanti. In quelle stradine l’emozione ti assale, non sai più dove voltare lo sguardo, un fiume in piena ti sommerge: i venditori di spezie con i loro aromi dolciastri, i fabbri anneriti nei loro antri fumosi, i fornai con i pani ancora caldi, e poi asini e muli che, a centinaia, percorrono le strette vie trasportando ogni tipo di mercanzia. Laggiù ti senti assediato, asfissiato, spinto, vorresti fuggire ma non puoi fuggire, lentamente ed inesorabilmente ti accorgi che il ventre caldo della Medina ti inghiotte ! Marrakech era lì di fronte a me, il fresco sapore della menta riempiva ancora il mio bicchiere, mentre il caldo vento del deserto trasportava il petulante richiamo del “Muezzin” : Allah, Allah, Allah…! Sulla piazza la luna piena illuminava tutto e tutti.