In Canada sulle tracce dei cercatori d’oro del Klondike
A Dawson City il fiume Yukon fluisce lentamente e le sue acque color della cenere riflettono, su intricati gorghi, l’ultima luce di una lunga giornata d’agosto. Sono ormai le 22. Seduto sulla sponda del fiume osservo Dawson addormentarsi nella breve notte che sta per arrivare.
Le pale arrugginite della Motonave Keno, ormai in disuso, pare vogliano rituffarsi nello Yukon e trasportare i fantasmi di chi arrivò fin qui alla ricerca di una speranza chiamata “oro” . A cavallo del secolo scorso, il metallo giallo del Klondike attirò nella regione migliaia di persone, uomini e donne che con ogni mezzo giunsero in queste terre alla ricerca dell’ Eldorado.
A Dawson l’atmosfera appare la stessa di allora: dalle finestre del decadente Hotel Nora Dora, ormai chiuso da anni, manichini di donnine in calze a rete e giarrettiere ammiccano maliziosi ai cercatori di piacere, ormai sostituiti da distratti turisti alla ricerca di souvenirs. Per le strade polverose si odono gli echi delle cigolanti carrozze di un tempo, al loro posto luccicanti “pick up” corrono via veloci. Prendiamo alloggio all’ Hotel Eldorado la cui simpatica proprietaria pare appena uscita da un libro di Jack London. Dietro al bancone liso dal tempo, troneggia un trofeo impolverato di alce tra vecchie fotografie che ricordano la gloriosa epopea del Klondike. Da un momento all’altro mi aspetto l’entrata di un cacciatore di pellicce o dello sceriffo con tanto di stella e revolver !
Intorno a Dawson foreste immense di abete americano tappezzano montagne e vallate, intervallate talvolta da boschetti di betulle che, con il giallo intenso del loro fogliame, preannunciano l’autunno ormai in arrivo. Nei luoghi più elevati i cespugli di mirtillo costituiscono autentiche leccornie per i timidi orsi neri che, con lupi, alci e caribù, sono gli indiscussi padroni di queste terre. Nei fondovalle, cumuli enormi di materiale di scavo, come ferite non ancora rimarginate lacerano l’uniforme copertura vegetale. Migliaia di uomini hanno qui scavato, sognato, sperato, sofferto, molti di essi non sono più tornati alle loro case. Le enormi draghe, come silenziosi testimoni di quell’epoca, pare vogliano riprendere da un momento all’altro il loro sferragliante lavoro.
Anche noi cerchiamo di riscoprire le sensazioni provate da quegli uomini durante la “febbre del Klondike”. Presso un piccolo ruscello, disperso chissà dove tra le montagne dello Yukon, calzati gli stivali ed imbracciato il piatto di metallo ci caliamo nelle acque limpide. John e Rose, che trascorrono la loro estate a setacciare senza sosta l’antico giacimento di famiglia, cercano di insegnarci l’antico mestiere. Con movimenti circolari e ritmati del grande piatto, la massa di terriccio defluisce a poco a poco nella corrente e, come magia, restano solo le piccole pepite luccicanti al sole del mezzodì. Voglio provare anch’io e, sotto lo sguardo vigile di John, setaccio maldestramente senza successo. Sono ormai stremato ed avvilito quando finalmente, tra i grigi granelli di sabbia, appare il magico luccichio ! John mi sorride fiero della sua abilità. Osservo la piccola pepita, guardo i miei compagni che setacciano instancabili, intorno a me la foresta incombe, per un attimo mi sento un vero cercatore del Klondike!
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