Emozionante spedizione sul Kilimanjaro, il “tetto dell’Africa”

Da ragazzo, come molti altri, leggevo Hemingway sognando l’Africa ad occhi aperti. Tra tanti racconti dello scrittore, fui particolarmente impressionato da quello del leopardo che, giunto alle pendici del Kilimanjaro, per sete di conoscenza si avventurò troppo in alto ed il suo corpo venne ritrovato congelato a causa della gelida temperatura. Per molti anni associai quel racconto all’immagine vulcanica caratteristica del Kilimanjaro portando con me un recondito desiderio di avventura: la salita ai ghiacci della più alta montagna d’Africa. Finalmente sto per realizzare quel progetto. Seduto di fronte ad una calda tazza di tè, presso il campo posto in una radura a 2940 metri di quota, osservo il sole calante che, come una gigantesca palla di fuoco, scende oltre il Monte Meru. Il primo giorno di questa spedizione è trascorso, ma so che per raggiungere la vetta dovrò ancora soffrire. Verso i 4000 metri la nostra andatura si fa più lenta ed anche i portatori eseguono soste più prolungate. Con i pesanti carichi in bilico sul capo, sono uomini abituati a convivere con la grande montagna. Nonostante i popoli africani la conoscessero e frequentassero da sempre, prima dell’800 pochissime notizie su di essa pervennero in Occidente; solo nel 1889 il tedesco Meyer ne raggiunse la vetta. Installiamo il nostro ultimo campo a 4600 metri. La landa si è trasformata in un deserto di quota: è questa la zona dove “ogni giorno è estate e ogni notte è inverno”, con escursioni termiche che raggiungono i 40°C durante il giorno e parecchi gradi sottozero durante la notte. Intorno a noi pianori grigiastri sui quali le antiche eruzioni hanno depositato cenere e lapilli, talvolta i piccoli fiori gialli degli Elicrisi ravvivano la monotona monocromia che ci circonda. I tronchi dei seneci giganti, la vegetazione caratteristica delle grandi montagne africane, sembrano allungarsi verso la vetta e verso quel cielo color porpora che lentamente si illumina di miliardi di stelle. Quando la luna è alta nel cielo, silenziosamente usciamo dalle tende. Sui visi dei miei compagni si legge l’eccitazione del momento mista alla preoccupazione di non farcela: ognuno sa che questa è l’occasione della propria vita, un insuccesso molto difficilmente potrebbe avere una prova d’appello. La luna piena rischiara il terreno, i nostri piedi avanzano nella inconsistente polvere vulcanica che cede sotto il nostro peso costringendoci ad un impegno stremante. Le tempie pulsano ritmicamente senza tregua, la testa sembra voglia scoppiare, le gambe pare non riescano a sostenere il peso del corpo. La salita e la notte ci appaiono infinite. Un’alba gelida ci accoglie, finalmente, al raggiungimento dei 5895 metri dell’Uhuru Peak, la parte più alta del cratere. La vetta è conquistata, sono sul “Tetto d’Africa” ! Una stretta di mano ci lega indissolubilmente a questa impresa. Intorno a noi i ghiacciai brillano alle prime luci, in contrasto con la lontana e torrida savana ancora immersa nell’ombra. Essere giunto in vetta mi riempie di orgoglio. A questo simbolo dell’Africa va il mio rispetto e la speranza che il mito e la sacralità della sua più alta montagna rimangano intatti nelle generazioni future. Così come il ricordo di chi, in un certo senso, mi ha spinto ad arrivare fin qui: il grande Ernest Hemingway e il suo leopardo assetato di conoscenza!