Veder sorgere il sole sulla montagna di Mosè

E’ ormai giunta l’ora del tramonto nello stretto Uadi el-Deir e le ultime lame di luce illuminano il Monastero di Santa Caterina in Sinai. Le piccole lampade del convento si sono accese e rischiarano di luce flebile corridoi, cortili, porticati. I quindici monaci che ancora compongono la comunità religiosa di questo avamposto della cristianità in territorio islamico, stanno eseguendo le funzioni vespertine. La piccola campana del monastero, ancora una volta, come ormai fa da 1500 anni, lancia il suo messaggio di fede. I rintocchi superano le mura possenti per rimbalzare tra gole e dirupi e perdersi poi nel deserto, tra l’indifferenza di distratte comunità di beduini. Santa Caterina affascina per quel suo essere luogo di culto o fortezza inaccessibile, piccola città od oasi nel deserto che la circonda, eremo esclusivo o attrazione per i turisti. Un’incertezza di identità che si protrae ormai da 15 secoli e ancora oggi non si è risolta. Il cielo si è fatto ormai blu intenso. Il monastero appare deserto e silenzioso, come se attendesse con timore la notte che sta per arrivare. Oltre le mura finalmente la quiete riprende il sopravvento sui rumorosi turisti che quasi ogni giorno le stringono d’assedio. Il vento freddo si infila lungo la valle piegando i cipressi che cingono la piccola oasi del convento; gli ultimi beduini, fieri sui loro dromedari, ritornano al villaggio. I monaci si sono ormai ritirati nelle loro celle dopo aver consumato l’unico frugale pasto della giornata concesso loro dalle rigide regole conventuali. Il vento si infila tra scale e corridoi, quasi come se il deserto volesse riappropriarsi di questo fazzoletto di terra sacra. E’ ancora buio pesto quando ci si incammina sul sentiero che conduce al Jebel Musa, la montagna di Mosè. Forse lui non partì così di buon mattino per salire al cospetto di Dio, non avendo la necessità, al contrario di noi, di assistere alla nascita del sole. E’ una notte magica ! Il cielo è incredibilmente limpido come solo l’atmosfera del deserto sa renderlo e la Via Lattea, satura di luce, è leggibile perfettamente in ogni sua più piccola stella. Seguiamo la via biblica. La salita si fa subito faticosa, 3700 gradini sono stati intagliati dai monaci nel granito; alla fatica fisica si aggiunge poi l’estrema difficoltà a scorgere gli ostacoli nella traballante luce delle torce elettriche. I pellegrini arrancano con difficoltà, nei loro occhi la ferrea volontà di raggiungere la meta dei loro sogni, delle loro preghiere, della loro vita. Vi sono europei, orientali, sudamericani, tutte le lingue del mondo si mescolano lungo la tortuosa scalinata. Ormai è quasi l’alba e fa molto freddo. All’orizzonte lo spettacolo è grandioso. Il sole ha ormai incendiato il cielo, i granitici rilievi del Sinai si colorano di luce rosata. Sulla vetta è tutto un fermento: alcuni pregano, altri intonano canti, altri ancora si disputano, a dispetto dei precipizi sottostanti, i pochi spazi disponibili. Sul Monte di Dio sta per nascere un nuovo giorno, ma l’atmosfera non è certamente divina come Mosè la lasciò!