Con cani e slitte nel 'paese delle lunghe ombre'
Nel piccolo aeroporto di Nanisivik è già Artico! La gelida brezza nordica mette subito a dura prova la resistenza delle nostre estremità inducendoci a vestire anzitempo il pesante abbigliamento portato dall’Italia. Poche miglia di strada sterrata ci portano ad Artic Bay, piccolo insediamento Inuit pigramente aggrappato all’estremità di un flessuoso fiordo artico. Le lancette dell’orologio hanno ampiamente superato le ore 20 ma il sole, immobile sull’orizzonte, non ha alcuna intenzione di tramontare. E’ questo il “paese delle lunghe ombre” che si insinuano come fredde ed oscure lame in ogni immagine proposta da questo mondo; qui ogni oggetto ha la sua ombra: i cani, gli Inuit (gli esquimesi locali), le montagne, il ghiaccio, gli orsi polari. I cani sono ormai nervosi, vengono condotti alle slitte singolarmente, con movimenti lenti quasi rituali, quindi imbragati con fettucce collegate a corde di balena.
E’ giunta l’ora! Un semplice gutturale comando ed i cani, in attesa spasmodica, con una forza incredibile si lanciano verso il sole che sta colorando l’orizzonte, come se da subito conoscessero la loro meta. Nel lungo fiordo regna il silenzio! Solo una slitta di legno ha il coraggio di rompere l’incantesimo: lo stridìo dei pattini sul ghiaccio, il respiro affannoso dei cani, le incitazioni antiche di un popolo cacciatore e talvolta il secco schioccare di una lunga frusta. Nella dorata luce serale i cani corrono inseguiti dalle loro lunghe ombre, incuranti del freddo intenso che fa fumare i loro corpi. Una candida lepre fugge lontano!
Si monta il campo presso un gigantesco iceberg imprigionato nella banchisa, la notte artica è ormai giunta. Viene preparato il tè, caldo desiderio di lunghe ore passate sulla slitta; i cani si stendono sul ghiaccio gli uni vicino agli altri come se fosse un caldo pavimento. I cani e gli uomini, gli uomini e i cani: qui nell’Artico, le due specie sono completamente complementari, così l’uomo è dipendente dal fedele amico instancabile motore della sua slitta, mentre il cane, a sua volta, dipende dal cacciatore per il cibo certamente introvabile in altro modo. Non riuscirei ad immaginare questo mondo selvaggio senza una slitta che scivoli silenziosamente sul ghiaccio di questi fiordi. L’ultima luce solare colora di tenui rosati l’antico ghiaccio dell’errante monolito, ad ovest una pallida luna piena, timida comparsa in questo spettacolo maestoso, attende invano il buio che non verrà e le stelle che non le faranno compagnia.
Dopo otto giorni passati errando sulla banchisa artica, torniamo ad Artic Bay immersi ancora una volta nella rosseggiante luce della notte artica. Ascoltando i suoni ormai consueti che faranno da colonna sonora ai nostri ricordi, ci guardiamo intorno per rubare ancora qualche immagine a questo mondo di ghiaccio. I cani si fermano! Una stretta di mano, un sincero sorriso Inuit, un villaggio che forse non è lindo e ordinato come appariva, il lungo ululato di un cane nella baia. Un antico proverbio Inuit cita: “Porta con te soltanto ricordi. Non lasciare che impronte”.
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