Quel trenino fra oceano e foresta
Alcuni giorni orsono, distratto come sempre da mille pensieri, percorrevo Corso Alfieri quando una voce dal tono apparentemente conosciuto, pronunciò il mio nome: “Hei Sergio”. Mi volto e, seduto ad un bar, riconosco un amico, Willy, che da circa vent’anni vive e lavora in Costarica. Mi siedo con lui e subito ripercorriamo insieme il periodo trascorso nel paese centroamericano. “Ti ricordi Sergio quando ci siamo alzati all’alba per prendere il treno che, in circa otto ore, ci trasportò dalla capitale S.Josè a Limon, sulla costa atlantica?”. “E come no?”, improvvisamente i miei ricordi riaffiorano, precisi e nitidi, immagini e sensazioni iniziano a sovrapporsi, come su una pellicola un po’ usurata.
Ricordo che il “Ferrocaril Atlantico” è una delle due linee ferroviarie che, dalla capitale, raggiungono le coste degli Oceani. I piccoli vagoni, cigolando paurosamente, arrancano dietro la locomotiva che faticosamente si arrampica tra le gole della Cordigliera Centrale. Sporgendomi dal finestrino osservo i binari a volte pericolosamente prossimi a scarpate molto profonde. Al contrario di me, la moltitudine di persone che affolla il treno non pare preoccuparsi più di tanto di quello che la circonda: vecchi agricoltori dai visi olivastri traslucidi sotto i grandi cappelli di paglia parlano tra di loro sottovoce, donne dai caratteristici lineamenti indigeni mantengono a bada orde di bambini vocianti. Ad ogni grumo di capanne lungo i binari, il convoglio viene fermato da un braccio alzato, come ad una fermata dell’autobus. Siamo ormai giunti alla fine del viaggio ed i binari, liberatisi dalla morsa opprimente della foresta, fiancheggiano l’azzurra superficie dell’Oceano Atlantico. Come la vegetazione anche gli uomini si trasformano, così i bianchi vengono sostituiti dai neri, quasi che una linea invisibile delimitasse due mondi diversi. Lunghe spiagge dalla sabbia bianchissima orlate da sottili palme da cocco, si estendono quasi con continuità interrotte, talvolta, dalle capanne multicolori di piccoli villaggi; sulla soglia anziani negri dai capelli candidi guardano il mare ricordando chissà quali lontane schiavitù mentre i giovani, dimenando i lunghi ricci alla “Bob Marley”, danzano ai ritmi “reggae” dei mangiacassette. Poche decine di metri all’interno la foresta tropicale è padrona assoluta, quasi soffocante nei suoi suoni e colori; penetrarvi è un’esperienza che non possiamo sicuramente perdere. Ci muoviamo con circospezione tra le grosse felci che disegnano l’architettura della foresta, dai grossi tronchi ricoperti di muschio le liane penzolano come tentacoli prensili e le radici si protendono come arti giganteschi: tutto è gocciolante, umido, e pervade l’aria di odori putrescenti. La luce penetra a fatica, giungendo a noi in forma di piccole lame dorate che rendono l’ambiente quasi irreale, piante di ogni genere e ogni dimensione crescono l’una sull’altra arrampicandosi sempre più in alto, per assorbire la poca luce a disposizione. In questo paese tutto segue il lento ritmo naturale: uomini, piante , animali, si rispettano contendendosi, quotidianamente, il proprio spazio vitale.
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