Brindisi con Asti Spumante sul Mekong

Non so se ricordare il Laos per quella misteriosa valigetta che Giovanni, mio compagno di viaggio astigiano, non abbandonava mai, oppure per gli sguardi sorpresi dei doganieri cinesi al confine con lo Yunnan rigirando i nostri passaporti.
Siamo tra i primi occidentali a passare il confine Nord del più sconosciuto tra i paesi d’Indocina ! Il Laos inizia solo ora a svegliarsi dal profondo sonno e dall’isolamento che lo avvolgono da fine ‘800 quando fu conquistato dai francesi, poi il coinvolgimento nella guerra del Vietnam e, finita quest’ultima, la conquista del potere da parte del Pathet Lao che chiuse le porte agli stranieri fino al 1989. Il nostro itinerario è impegnativo, il nostro mezzo percorre strade disastrate che si inerpicano nervose tra pareti di foresta primaria appena interrotte da piccoli villaggi di etnia Hmong, Yao, Iko, Lantene. La popolazione del Laos è suddivisa in circa 130 etnie che vivono a contatto di gomito, ma hanno origini diverse, cinesi, birmane o tibetane, e qualche volta non riescono a salutarsi poiché parlano lingue diverse.
Quando incontriamo il Mekong rimaniamo esterrefatti, è enorme, quasi un chilometro da una riva all’altra. A picco sul fiume e raggiungibili solo con l’imbarcazione, le grotte di Pak Ou contengono le 4000 statue del Buddha portate nel XVI° secolo dal re Setthatirat per proteggerle dall’invasione birmana. Nelle grotte provo una sensazione di sacralità che alcuni giorni più tardi ritroverò, all’alba, nelle strade di Luang Prabang, l’antica capitale raccolta su un’ansa del Mekong. Tra gli antichi monasteri, gruppetti di donne inginocchiate si accingono, come ogni mattina, a distribuire pugni di riso ai monaci che, distribuiti in lunghe file composte e silenziose, raccolgono le offerte e velocemente rientrano nel monastero. Per poter consacrare il loro tempo alla meditazione vivono della generosità dei concittadini. Luang Prabang come tutto il Laos, appare sonnolenta e polverosa, esattamente come immagino fosse l’Indocina del secolo scorso. I rumorosi “touc-touc”, motocarri taxi, sfrecciano tra gruppetti di monaci e pigre galline ruspanti; sulla riva opposta del Mekong ci sta la Thailandia, con la sua ricchezza, i suoi eccessi, i suoi orrori, quel vortice di opulenza che le antenne paraboliche proiettano sugli schermi televisivi attraverso i tetti di paglia.
All’estremo sud il Mekong si fa maestoso. A Khong il fiume comincia già a dare vita al grande delta che, attraversando Cambogia e Vietnam, si spegnerà nel Mar Cinese Meridionale. E’ la regione delle 4000 isole, tanti sono i piccoli atolli che compongono uno scenario idilliaco. Qui si proteggono gli ultimi delfini di fiume, ormai ridotti a pochi esemplari. Chiedo di spingermi più a sud, ma la zona popolata dagli ultimi cetacei è già in territorio cambogiano, sotto il tiro dei Khmer rossi: sulla sponda opposta del fiume si odono gli spari. Laggiù termina il nostro lungo viaggio. Finalmente Giovanni svela il suo mistero, dalla valigetta escono magicamente due bottiglie di Asti Spumante DOC con relativi “flutes”, brindiamo mentre un tramonto da fiaba scende su un pescatore che getta la sua rete.