Un'isola "arca di Noč" tra uomini, lemuri e zebů

Un giorno di marzo di alcuni anni fa, di fronte ad una grande tomba Mahafaly dispersa nella torrida boscaglia del sud, conobbi il Madagascar. L’umido vento marino aveva ormai impallidito i piccoli totem in legno rappresentanti la vita degli antenati ed il sole aveva annerito le corna di zebù, l’animale totem con cui in Madagascar si compra una sposa, si tira la tradizionale “carretta” , si misura la ricchezza e la potenza di un uomo. Da quel giorno percorsi le piste sgangherate distrutte dalle piogge con la consapevolezza di trovarmi in una terra senza tempo, dove il passato non esisteva più ed il futuro doveva ancora arrivare.
E’ difficile percorrere le strade che attraversano l’altopiano malgascio senza restarne attratti, affascinati ad ogni curva da immagini di vita quotidiana talmente semplici da sembrare straordinarie, talmente vere da apparire immaginarie. Così la nostra auto si fermava continuamente, di fronte ad un gruppo di maiali condotti per strada come cagnolini, ad un cesto di candide anatre in bilico sul capo di una donna, ad un vecchio seduto sul ciglio della strada ed ancora immerso nelle ultime nebbie del mattino. A marzo è tempo di riso, alimento base per queste popolazioni che ne consumano in media 5 etti al giorno. Tra le risaie a terrazza, pennellate giallo verdi che si allungavano sinuose seguendo i declivi, era un brulichio di piccole figure chine tra le spighe, altre in fila come formiche avanzavano lentamente con grossi fasci di riso sul capo. Nei villaggi era un continuo fervore di attività, di piccoli mercati dove si vendeva di tutto: i carbonai con le mani annerite e gli occhi arrossati dal fumo, i cestai in continuo intrecciare, e poi i venditori di verdure, di polli, di vasi, di pesce essiccato, insomma tutto quello che per un occidentale rappresenta l’inimmaginabile!
La rarità del Madagascar è rappresentata soprattutto dai “lemuri”. Quegli strani animali, come misteriosi folletti abitano le foreste dell’isola e non esistono in altre parti del mondo, sono i gioielli di questo paese, di questa enorme zattera alla deriva , di quest’arca di Noè che con il suo carico di animali, piante, uomini, fugge dall’Africa ma non raggiungerà mai l’Asia, interrogandosi sulla propria identità.
Mi accomiatai dal Madagascar un giorno di aprile ad Anakao, una lunga spiaggia bianca sulla costa ovest, dove da millenni le tartarughe marine depositano le loro uova. Anakao è un villaggio di pescatori Vezo dalle piccole capanne di paglia; là vidi gli uomini riparare le reti, i bimbi giocare sulla spiaggia, le ragazze vendere conchiglie, ammirai la sconcertante bellezza delle donne Vezo, cercai tra la sabbia frammenti di uova del mitico Aepyornis, estintosi 300 anni fa.
Il sole ormai allungava dolcemente gli ultimi raggi tra le capanne di paglia, fra poco la luna avrebbe illuminato il mare e quella che fu l’”ultima spiaggia” per il mitico “uccello elefante”, mi augurai che per quei pescatori ci fosse un futuro, che le loro bianche vele brillassero sempre all’orizzonte, incastonate nel mare azzurro di un luminoso mattino malgascio.