Straordinario laboratorio della natura in mezzo all'Oceano
Le avevo inseguite per tutta la vita, rappresentandomele come un mondo a sé, un mito, dove la natura fosse veramente padrona di sé stessa. Avevo letto articoli, osservato fotografie e studiato le ormai note teorie di Darwin sull’evoluzione delle specie, che proprio alle Isole Galapagos il grande scienziato impostò e poi, per una ragione o per l’altra, avevo cambiato obiettivo, lasciando il mio mito relegato nel libro dei sogni. Questa volta ero finalmente riuscito nel mio intento e da otto giorni navigavo tra quelle Isole incantate, così chiamate dal giovane Charles Darwin che, nel lontano 1853, ne era rimasto talmente affascinato da utilizzarle come laboratorio naturale per i suoi studi.
Mentre il nostro piccolo battello tentava faticosamente di vincere le impetuose onde oceaniche, alzai gli occhi verso l’orizzonte dove, tra la foschia normalmente presente in questo periodo dell’anno, si scorgeva la sagoma grigiastra dell’isola di Bartolomé. Laggiù terminava un sogno iniziato otto giorni prima in quell’arcipelago vulcanico rimasto per millenni dimenticato dal mondo, dove alcune specie animali e vegetali avevano costruito una loro lenta e complessa evoluzione.
Il Pinnacle Rock dell’isola di Bartolomé già si era illuminato alle prime luci del mattino; quello straordinario cono di roccia vulcanica è immobile da millenni quasi a voler erigersi come simbolo degli sconvolgimenti vulcanici avvenuti tra queste isole. Nel cielo azzurro le Fregate , instancabili dominatrici dell’aria, veleggiavano altissime, i maschi con la protuberanza del becco infiammata dal sole mattutino, sulla spiaggia decine di leoni marini riposavano pigramente degnandoci appena di qualche occhiata. Tra le rocce un’ Iguana marina mi osservava con i suoi occhi freddi ed inanimati, piccolo dinosauro sopravvissuto chissà come agli sconvolgimenti terrestri.
Con molta fatica vincemmo la forte corrente del canale ed approdammo ad una enorme colata lavica antistante Bartolomé. Uno scenario di drammatica desolazione ma di grande interesse si spiegò di fronte a noi: l’enorme flusso di lava, spentosi in mare, pareva fresco e recente, nonostante i quasi cento anni di età. La lava nella sua pur terribile violenza aveva costruito, disegnato, decorato, spezzato, creando strani e geometrici disegni. Tornai all’imbarcazione pensando di aver provato le sensazioni degli astronauti che mettono piede su un nuovo pianeta.
Il viaggio era giunto al termine. Nella mia memoria si affollavano e si intrecciavano, non più legati ad una percezione del tempo e dello spazio, altri recenti ricordi di paesaggi, animali, piante, sensazioni. Plaza, Santa Fè, Espanola, Floreana, Rapida, Santiago, erano alcuni simboli di quella mia esperienza, piccoli frammenti di inospitale roccia vulcanica sui quali la natura aveva composto la sua opera più importante.
Il battello stava attraccando e istintivamente mi volsi ancora una volta verso l’oceano lontano, dove le Isole incantate si spegnevano nella foschia.
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